RESET 2021 - Numero 4: A sinistra

Come sta la Linke

Quello previsto per il 28 ottobre doveva essere un congresso fondamentale per Die Linke, il partito tedesco di sinistra. Il punto principale dell’agenda: l’elezione della nuova leadership, dopo gli otto anni al vertice dello Spitzenduo composto da Katja Kipping e Bernd Riexinger.

Inizialmente l’elezione dei nuovi leader era prevista per giugno, ma la pandemia aveva costretto a spostare tutto verso ottobre/novembre. A fine agosto, sia Kipping che Riexinger avevano confermato che non si sarebbero ripresentati: otto anni sono tanti, e come ha scritto Kipping per la democrazia interna del partito è bene che gli incarichi siano sempre a tempo. “È ora di iniziare qualcosa di nuovo”, ha scritto la deputata sassone, al Bundestag dal 2005.

L’elezione di Kipping e Riexinger nel 2012 rappresentò in maniera plastica la tensione estrema fra le due anime del partito, quella riformista - guidata da Dietmar Bartsch, che oggi è uno dei capigruppo al Bundestag - e quella più radicale legata al fondatore Oskar Lafontaine. Kipping riformista, Riexinger radicale: la tensione fra le due correnti in realtà non è mai venuta meno, e anzi ha generato una miriade di sottocorrenti e gruppuscoli, tuttavia si è in qualche modo cristallizata e formalizzata, consentendo ai due non solo di restare al vertice così a lungo ma anche di ottenere risultati tutt’altro che secondari.

Sono stati otto anni turbolenti segnati da momenti importanti e inaspettati, il cui bilancio può per certi versi essere riassunto in due volti. Non quelli di Kipping e Riexinger, però: piuttosto quelli di due altri esponenti di primo piano, Sahra Wagenknecht e Bodo Ramelow.

Sahra Wagenknecht è la star, per anni - e molto probabilmente ancora oggi - il volto più noto della Linke. Moglie di Lafontaine, pasionaria candidata alla Cancelleria nel 2017, die rote Sahra (“Sahra la rossa”) è stata la figura nel partito più in grado in questi anni di suscitare dirompenti entusiasmi così come di scatenare feroci polemiche. Di frequente in rotta con la dirigenza (in particolare con Katja Kipping), ha assunto spesso posizioni in odore di populismo: ad esempio è stata sempre molto critica nei confronti della politica sui rifugiati varata da Angela Merkel, ritenendola addirittura “corresponsabile” dell’attacco terroristico che colpì Berlino a dicembre 2016 a causa dell’apertura “fuori controllo” dei confini e della presenza di truppe tedesche in Afghanistan. Wagenknecht ha ripetutamente dichiarato che per lei una politica di sinistra deve lottare per l’uguaglianza sociale, non necessariamente per la difesa a oltranza dell’immigrazione o fantomatiche questioni di genere. Posizioni che le hanno procurato più di un ammiratore dalle parti di AfD - tanto che un vecchio editoriale della Frankfurter Rundschau si chiedeva se non fosse il caso di cominciare a chiamarla die blaue Sahra, “Sahra la blu”, dal colore che identifica il partito di destra. Scontate le critiche all’interno della stessa Linke. Con l’obiettivo di non farsi scippare il voto di protesta dagli alternativi, Wagenknecht ha cercato di intercettare le istanze di un elettorato che si identifica come “di sinistra” ma si sente abbandonato dai suoi partiti di riferimento (avete presente quel vecchio discorso degli operai che a un certo punto votano Lega?), ed è stata molto attenta a ricondurre a sé ogni possibile tremito e sommovimento in quella galassia: per citare un solo caso, è stata l’unico esponente politico di prima linea - AfD esclusa - a sostenere apertamente le manifestazioni dei gilet gialli, presi a modello come esempio di mobilitazione. Nel dicembre 2018 ha addirittura protestato davanti alla Cancelleria indossando un gilet giallo, in solidarietà con i cortei francesi di quei giorni.

Nell’estate del 2018 ha fondato un movimento con l’obiettivo di riunire la protesta di sinistra e proporre una alternativa radicale: il nome scelto è Aufstehen (letteralmente: alzarsi, sollevarsi), e rende bene l’idea di base. L’ispirazione viene non solo dall’esperienza dei gilet gialli, ma anche da realtà come La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon o il gruppo Momentum all’interno del partito laburista britannico. L’iniziativa ha avuto subito un enorme successo: al momento del lancio ufficiale, il 4 settembre 2018, il sito online (aperto ad agosto) contava già oltre 100.000 adesioni, rendendo Aufstehen una forza numericamente superiore, almeno sulla carta, a Linke e AfD messe insieme. Certo, registrarsi su un sito e sottoscrivere una newsletter sono operazioni più semplici rispetto alla macchinosa procedura con cui in Germania ci si iscrive a un partito, ma numeri di questa portata hanno comunque un significato da non sottovalutare.

Proprio quando tutto sembrava pronto perché riuscisse a scavalcare il suo stesso partito e prendersi tutto il variegato schieramento della sinistra radicale, Wagenknecht si è però dimessa dalla guida di Aufstehen, a marzo 2019, e ha iniziato un progressivo allontanamento anche dagli incarichi nella Linke, venendo sostituita a novembre alla guida del drappello parlamentare. I motivi sarebbero legati a ragioni di salute: i livelli di stress raggiunti le avrebbero causato un burn-out. Una scelta improvvisa e inaspettata, contro cui si sono levate molte voci anche all’interno del movimento.

Il suo rimane tuttavia ancora uno dei volti più noti a sinistra, e anche la sua capacità di accendere entusiasmi e stimolare mal di pancia rimane intatta: ad esempio in questi giorni la si è vista in tv a commentare le elezioni presidenziali americane, e se da un lato ha detto che aspettarsi un cambiamento radicale con Biden è una pia illusione, dall’altro ha lodato la politica economica di Donald Trump, che ha creato “500.000 nuovi posti di lavoro nell’industria” e “per la prima volta in molti anni ha dato alle persone che non hanno un titolo di studio e hanno bisogno di lavori semplici la sensazione di essere ascoltati, che le loro preoccupazioni venissero prese sul serio”. E poi Trump non ha iniziato nessuna guerra e ha anzi ritirato parte delle truppe americane stanziate negli altri Paesi, mentre Biden è stato “un veemente sostenitore della guerra in Iraq”. Anche su un tema come quello della pandemia non si smentisce: ritiene che le restrizioni siano in linea di principio giuste e anzi vorrebbe maggiori aiuti per le fasce della popolazione più a rischio, ma invita a non fare di tutta l’erba di chi protesta un fascio di complottisti e avanza dubbi sull’effettiva indipendenza della scienza.

Sahra la rossa non ha perso il tocco: e magari non sarà più candidata alla Cancelleria come nel 2017, ma ha ancora un enorme appeal per l’elettorato più radicalizzato, e sicuramente continuerà ad avere un gran peso - diretto o indiretto - in ciò che la Linke farà e dirà in vista delle elezioni.

L’altro volto emerso in questi anni appartiene a un politico da molti punti di vista speculare a Wagenknecht. Pragmatico realista, ligio osservante della chiesa luterana e lontano da posizioni estreme, Bodo Ramelow è senza dubbio l’esponente più noto della Linke di governo, o come si dice da queste parti regierungsfähig (letteralmente “adatto al governo”). E non lo si intenda come un eufemismo, perché Ramelow governa davvero. È infatti il primo, e finora unico, politico della Linke ad essere stato eletto Ministerpräsident, cioè Primo Ministro di un Land - la Turingia. Una curiosità: sposato con un italiana, la veneziana Germana Alberti, capisce la nostra lingua - ne abbiamo le prove.

La sua elezione alla guida della Turingia, nel 2014, fu vista dai conservatori come un precedente pericoloso, un’apertura all’estrema sinistra che avrebbe potuto avere ripercussioni deleterie su tutto lo scenario politico tedesco. Breve ripasso: all’epoca il Paese era retto come oggi da una Grosse Koalition fra SPD e CDU guidata da Angela Merkel, e la stessa alleanza governava in Turingia. I risultati usciti dalle urne locali (CDU primo partito con il 33,5%, Linke seconda con il 28,2%, SPD poco oltre il 12%) resero impossibile una prosecuzione della coalizione, e dopo molte trattative e una votazione da parte degli iscritti socialdemocratici si arrivò alla formazione di una maggioranza rot-rot-grün, rosso-rosso-verde, dove però i rossi di maggioranza per la prima volta erano quelli della Linke.

Chi si aspettava un nostalgico della DDR rimase però ben presto deluso. Pur restando sempre in maniera riconoscibile un esponente della sinistra, Ramelow ha saputo conquistare i turingiani con un approccio estremamente pragmatico e deideologizzato, tanto che quasi metà dei cittadini del Land ritiene che la Linke locale sia “un partito di centro”.

Per il 48% degli intervistati di questo sondaggio, realizzato durante le elezioni regionali del 2019, “la Linke è in Turingia un partito di centro”.

Il gradimento nei confronti di Ramelow è stato confermato nelle Landtagswahl (elezioni regionali) dell’ottobre 2019: un grande successo personale per il Ministerpräsident, capace di portare il suo partito ad uno storico 31%, il miglior risultato di sempre. La formazione della nuova maggioranza è stata però molto più complicata del previsto, ed è stata caratterizzata da una delle vicende più esplosive della politica tedesca degli ultimi anni: quella che ha portato Thomas Kemmerich, esponente dei liberali della FDP, a guidare il Land per un paio di giorni con una potenziale maggioranza sostenuta anche da AfD, prima che le conseguenze di una mossa così ardita e inedita (sarebbe stato il primo caso in assoluto di ingresso in una coalizione di governo per gli alternativi) costringessero lui alle dimissioni e, perfetto esempio di effetto valanga, Annegret Kramp-Karrenbauer a lasciare la guida della CDU. Se seguite la politica tedesca, o la politica in generale, sicuramente la vicenda non vi sarà sfuggita, ma se volete rinfrescarvi la memoria potete recuperare gli articoli che su Kater avevamo dedicato alla #telenovelaturingiana: li trovate qui e qui. Alla fine Ramelow è stato confermato Ministerpräsident, ma arrivarci è stata davvero una faticaccia.

Wagenknecht e Ramelow rappresentano i due volti più noti e “di successo” delle due anime del partito, quella radicale e quella moderata, che al vertice erano incarnate rispettivamente da Bernd Riexinger e Katja Kipping. Con ogni probabilità non scenderanno direttamente in campo per le prossime elezioni: Wagenknecht sembra preferire un posizionamento più da outsider, che le lascia le mani libere e le garantisce maggior peso e maggiore visibilità, mentre Ramelow sarà impegnato in un’altra campagna elettorale, perché uno dei punti del tormentatissimo accordo che ha portato alla nascita del suo secondo governo comporta delle nuove Landtagswahl, da tenersi il 25 aprile dell’anno prossimo. Forse però stavolta qualcosa potrà cambiare, nei rapporti fra queste due anime. Vediamo perché.

Teoricamente i candidati sono quattro: Jette Buttgereit, giovane ventitreenne berlinese, Torsten Skott, dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Janine Wissler e Susanne Hennig-Wellsow. Ma gli occhi di tutti sono puntati sulle ultime due.

Janine Wissler viene dall’Assia, dove ha fatto una carriera politica fulminante. Entrata nel Landtag (il Parlamento del Land) a soli 26 anni, nel 2008, è diventata in fretta la leader del gruppo parlamentare della Linke, e pochi anni dopo ha raggiunto il vertice regionale del partito. Si è fatta subito notare per le grandi capacità oratorie, e lo stesso fondatore Oskar Lafontaine l’ha riconosciuta come un grande talento politico. Wissler appartiene alla sinistra del partito: si definisce anticapitalista e ha fatto parte fino a settembre scorso del gruppo trozkista Marx21, da cui è uscita quando ha annunciato la sua candidatura. Questa però è solo metà della storia: Wissler si è infatti dimostrata estremamente pragmatica e molto scaltra nel costruire una solida rete politica, tanto che in molti la vedono come una delle figure chiave nelle trattative che avrebbero potuto condurre ad un governo rosso-rosso-verde nel Land di Francoforte, e che naufragarono definitivamente un anno dopo il voto. Avrà pure l’immagine della radicale vicina ai movimenti alternativi e di protesta, in grado di infiammare gli attivisti con discorsi efficacissimi, ma la sua esperienza in Assia rivela una politica concreta e un’abile negoziatrice. Di recente è diventata anche più conosciuta a livello nazionale, ma per un motivo decisamente non felice: è infatti inclusa fra le persone che hanno ricevuto numerose minacce di morte da parte della cosiddetta NSU 2.0, un gruppo terroristico neonazista che pare avere infiltrato con successo alcuni settori delle forze dell’ordine soprattutto in Assia.

Susanne Hennig-Wellsow invece viene dalla Turingia, e probabilmente l’avete già vista almeno una volta: quando successe il casino in Turingia e Thomas Kemmerich venne eletto Ministerpräsident con i voti di AfD, in qualità di leader parlamentare di uno dei partiti presenti nel Landtag avrebbe dovuto fargli le congratulazioni e consegnargli un mazzo di fiori, che però gli lanciò ai piedi in segno di disprezzo - immagini che girarono moltissimo, in tutta la Germania e non solo.

Se Wissler è la radicale, Hennig-Wellsow è la moderata: è una delle collaboratrici più fidate di Bodo Ramelow, e secondo molti l’artefice del complicato accordo che ha portato al secondo mandato del Ministerpräsident uscente. Rappresenta il volto di governo della Linke, quello di chi magari non scalda così tanto i cuori dei militanti ma ha l’obiettivo chiaro di fare quanto serve per andare al potere, e un piano per farlo.

A prima vista sembrerebbe tutto apparecchiato per una nuova edizione dello scontro fra le due correnti, ma stavolta ci sono differenze sostanziali. Innanzitutto, Wissler e Hennig-Wellsow non sono solo due candidate alla leadership: sono vincitrici annunciate, praticamente dal momento in cui hanno avanzato la loro candidatura. Sanno benissimo che dovranno avere a che fare l’una con l’altra, e che una convivenza pacifica conviene a entrambe. Lo scarto rispetto al 2012 non potrebbe essere più ampio: Kipping e Riexinger furono eletti alla fine di un congresso caotico e all’ultimo sangue, ed erano entrambi in qualche modo figure di ripiego, poco note e scelte probabilmente anche per limitare eventuali strappi interni. Wissler e Hennig-Wellsow invece sono esponenti di primo piano, pronte al salto sul palcoscenico nazionale a cui si preparano da tempo, ben conosciute e dotate di una buona rete. E si sono già dichiarate pronte a collaborare, anzi guardano alla prospettiva con grande interesse. Come dice lo Spiegel, le loro differenze potrebbero essere un’opportunità per la Linke: parlano la stessa lingua ma con accenti diversi, si rivolgono a settori diversi del partito ma potrebbero raggiungere una specie di “coalizione interna” unendone le due anime. Un obiettivo fondamentale soprattutto perché la Linke non venga sopraffatta nella sua tradizionale roccaforte elettorale, l’Est, dove ormai da diversi anni AfD è diventata un pericolosissimo concorrente: anche in Turingia non va dimenticato che alle ultime elezioni regionali il partito di sinistra ha vinto, sì, ma gli alternativi di destra sono arrivati secondi con il 23,4%, addirittura davanti alla CDU.

Ora però se siete stati attenti avrete notato che questa newsletter si è aperta dicendo che quello previsto per il 28 ottobre “doveva essere un congresso fondamentale”: doveva, perché in realtà non c’è stato. A causa dell’emergenza Corona il Parteitag, che si sarebbe dovuto tenere a Erfurt, in Turingia - quindi a casa di Ramelow e di Hennig-Wellsow - è stato rimandato a data da destinarsi: i vertici del partito si riuniranno il 7 e l’8 novembre per individuare un’alternativa e delineare le possibili modalità per garantirne lo svolgimento. Si parla di voto per posta o di organizzare congressi decentrati con piccoli numeri di partecipanti, ma nulla è deciso: l’unica cosa certa è che c’è un altro congresso previsto per marzo, a Bielefeld, dove nelle intenzioni si dovrebbero scegliere i candidati alla Cancelleria. Si potrebbe usare il congresso di Bielefeld per eleggere la nuova leadership, ma questo implicherebbe ulteriori ritardi nella scelta dei Kanzlerkandidaten e quindi nell’inizio della campagna elettorale vera e propria.

Una campagna elettorale in cui stavolta, a sinistra, il colore protagonista oltre al rosso sarà anche il verde: ma ne parliamo meglio la prossima volta.

Intanto in Germania è iniziato il lockdown “light”, il 2 novembre: continuerà fino a fine mese, sperando che il trend di crescita dei nuovi contagi venga invertito. Finora il picco continua a salire: il Robert Koch-Institut ha registrato un nuovo record proprio questa mattina, sabato 7 novembre, con 23.399 nuovi casi. Con in più una novità preoccupante: sembra che stiano crescendo molti i contagi nelle scuole.

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Prima di salutarci, giusto un paio di consigli di lettura su due dei protagonisti di questo numero: un articolo dello scorso gennaio di The Nation su Sahra Wagenknecht e gli altri Left Nationalists europei, e il profilo di Bodo Ramelow a cura di Edoardo D’Alfonso Masarié che avevamo pubblicato su Kater.


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